16 giugno 2011
Tenendo fede al modo di pensare che mi è stato insegnato, ed all’interno del quale sono nato e cresciuto, il Tempo dovrebbe essere definito come “l’unità di misura del trascorrere degli eventi”. Credo però che nel mondo occidentale questa definizione abbia perso il suo significato letterale.
Nella maggior parte dei territori africani, a mio parere, esistano più sfaccettature riguardo all’idea di Tempo, il Tempo non è sempre lo stesso. Il Tempo qui esiste appunto solamente nel momento in cui un’azione è in corso d’opera, nel momento in cui qualcosa sta accadendo, solo se gli eventi che mi riguardano trascorrono. Non esiste quindi la fretta, non c’è motivo alcuno per averne. Se non sto compiendo nessuna azione il mio tempo non esiste. Gli orologi vengono ancora percepiti come strumenti superflui, più un vezzo, una moda piuttosto che elementi fondamentali del vivere quotidiano. Il sole sorge per poi tramontare di nuovo, è trascorsa l’ennesima giornata; non c’è bisogno di dividere il suo eterno movimento in frammenti ulteriori.
Qui in Zambia si parla addirittura comunemente di “zambian time” per definire le tempistiche del popolo autoctono. Se vuoi vivere per un periodo prolungato in questa terra, lo zambian time devi farlo divenire parte integrante di te stesso, se non vuoi passare la tua esistenza coi nervi a fior di pelle per gli inevitabili ritardi e le estenuanti attese. You must live your life panono panono.
Non avevo certo motivo di spazientirmi dunque questa mattina, ad esempio. Alle 8 in punto sono seduto sulle panche al di fuori dell’ufficio del Progetto, pronto per l’appuntamento con John: ho in programma di partecipare alle family visit. Intorno alle 10 e un quarto sono sempre seduto, sempre sulla stessa panchina, sempre pronto per partire.
Finalmente montiamo sul nostro brown bus: abbiamo in programma di visitare sei famiglie di altrettanti ragazzi inseriti nella Fase 2 del Progetto Cicetekelo, quella situata all’interno del compound di Nkwazi. La zona in cui ci muoveremo durante l’intera mattinata è invece quella del compound di Kawama.
Bussando alla porta della prima abitazione non riceviamo alcuna risposta, la famiglia è fuori città in visita ad alcuni parenti ci avverte un ragazzo poco distante intento ad innaffiare alcune piantine sull’uscio di casa (sua? O lavora forse per qualcuno?). Una bella X a matita di fianco al nome del ragazzino che vi abita e di nuovo sui comodi sedili del nostro splendido mezzo di trasporto (ci farei il giro dell’intero continente..ogni volta che lo vedo lo spirito del viaggiatore senza meta mi assale!).
Durante la visita alle cinque famiglie successive (durante le quali lo staff del progetto monitora la situazione dell’abitazione, della famiglia nel suo complesso e del ragazzo nello specifico) non posso fare a meno di tuffarmi nel mondo dei bambini: mi manca, non posso farne a meno, è con loro che mi sento completamente a mio agio. Inizialmente, come è normale che sia, saluto tutti i componenti della famiglia presenti in quel momento, entro in casa, mi accomodo, creo un poco di ilarità con quelle quattro (di numero..) parole di bemba che ho imparato, ascolto con attenzione le risposte alle prime due o tre domande di Moses, l’educatore che oggi accompagno, poi inizio a guardarmi intorno curioso. Prima la poltrona su cui sono seduto (presente quattro volte su cinque, solamente in un’abitazione l’intervista si è svolta all’aperto, seduti su sacchetti riempiti con bucce di noccioline..comodissimi), elegante, pomposa, colorata, perfettamente inserita all’interno di quelle stanze; poi le pareti, solo alle volte dipinte (mai a tinta unita e sempre con evidenti segni di usura), abbellite con grandi immagini del Papa, del Signore o di Maria fiancheggiate sempre da enormi calendari inneggianti alle bellezze naturali del paese oppure alla nazionale di calcio e da fotografie sbiadite di uno o due componenti della famiglia; le porte che portano alle altre stanze, mai in asse, spesso sostituite con semplici tendine; la mancanza di un lampadario o anche solo di una lampadina nella stanza; il soffitto di lamiera troppo spesso colmo di fori. Infine, dopo una mezza dozzina di minuti, ecco spuntare l’immancabile sguardo curioso di un bimbo che sbircia dall’uscio.
Durante la prima visita il bimbetto in questione non ha più di 5 anni: appena mi vede corre all’interno della stanza e salta sul divano tra le braccia della nonna al suono di una fragorosa risata. In quel momento dimentico chi sono, con chi sono, dove sono e perché, ed inizio una serie interminabile di scambi di sguardi, linguacce, versi indescrivibili insieme a lui, che ricambia ad un paio di metri di distanza di fronte a me; tra di noi Moses da una parte e la madre dall’altra proseguono la loro seria ed importante intervista insieme alla nonna che lo tiene in braccio. Quando lo stesso Moses mi da una pacca sulla spalla dicendomi che possiamo andare ho gli occhi incrociati, la lingua fuori e le orecchie a sventola: scoppiamo tutti insieme in una gran risata mentre, tra me e me, mi immagino in camicia tra le vie di Milano camminare di fretta verso l’ufficio per non fare tardi al lavoro …
Capita poi di rimanere per l’intera durata dell’intervista con in braccio un cucciolo di tre o quattro anni completamente immobile, con lo sguardo quasi assente fisso su di me, a metà tra il sorpreso e l’intimorito, cercando di suscitare in lui un qualunque accenno di movimento facendogli il solletico, cantando delle canzoni, facendo semplici giochetti con qualsiasi cosa mi capiti sotto mano. Nulla, immobile. Quando giunge l’ora di salutare tutti mi alzo in piedi con lui in braccio, lo faccio scendere con calma e lui rimane li senza fiatare, senza muoversi, continuando a fissarmi fino a che non mettiamo in moto.
Quando la terza famiglia, composta da una coppia di anziane persone indaffarate nello sbucciare noccioline all’ombra di un insaka, ci fa gentilmente accomodare a due passi dall’uscio di casa ecco che, piano piano, una dozzina di bimbi e bimbe delle abitazioni adiacenti si avvicinano curiosi. Sfoggio un saluto in bemba ed ecco subito sciolta l’insicurezza, loro si avvicinano festosi e io, giusto il tempo di salutare gli intervistati, li lascio “in balia di Moses” per andare a divertirmi un poco. La più attiva dell’intero gruppo si chiama Vivian: sembra una principessina con la sua bella gonna bianca orlata di azzurro e una magliettina viola ricamata con decozioni bianche, e mostra immediatamente un atteggiamento da adulta. Mi tiene testa senza timori, continua a fare domande, si mette di tutto punto raccontando che un giorno sarà mia moglie e ad un certo punto raduna tutti noi in cerchio (ormai è lei a gestire la situazione, io non sono altro che uno del gruppetto di amici) e mi chiede di pregare il Padre Nostro in italiano; rimango spiazzato per qualche secondo fino a che non me lo chiede di nuovo. Appena terminato lo ripetiamo in lingua bemba prima di tornare a giocare. Il tempo di una foto e giunge il momento dei saluti, nella speranza un giorno di ritrovarci a giocare, e pregare, tutti insieme.
Infine l’ultima famiglia da intervistare. Ci accomodiamo in “salotto” sulle immancabili poltrone, le presentazioni di rito e poi ecco il mio sguardo incrociarsi con quello di un bimbo nella stanza adiacente. Due linguacce e poi, scusandomi per l’interruzione, saluto tutti per uscire di nuovo in cortile. Non riesco a farne a meno! Anche qui una mezza dozzina di bimbi mi guarda timoroso e incuriosito, nessuno osa avvicinarmi e se tendo una mano scappa al riparo. Mi siede sui gradini dell’ingresso e aspetto, osservandoli. Niente, rimaniamo tutti immobili. In quel momento, da dietro il muro dell’abitazione vicina spunta correndo una bimbetta con lunghe treccine nere: appena mi vede frena la sua corsa di scatto e sobbalza cadendo all’indietro intimorita per lo spavento. Beh, dopo innumerevoli tentativi vani quella stessa bimba è la prima ad avere il coraggio di sfiorarmi un dito della mano. Rotto il ghiaccio è tutto un gioco alla scoperta della mia pelle così diversa, dei miei bracciali, dei peli sulle braccia e sulle gambe, dei dred..eccomi a loro disposizione.
Mi manca il contatto fisico, il gioco, le sensazioni indescrivibili che i bambini sanno regalare.
Vivo questi giorni entusiasta di tutto quello che sto per intraprendere e carico come una molla in vista dell’esperienza straordinaria che mi aspetta per i prossimi anni..ma di sicuro un giorno tornerò a dedicarmi a loro anima e corpo.
1 commenti:
QUANTE BELLE EMOZIONI STAI VIVENDO! CON I TUOI RACCONTI PARTICOLAREGGIATI,RIESCI A TRASMETTERLE ANCHE A CHI LEGGE E, CON UN MINIMO DI FANTASIA SI VIENE TRASPORTATI LI CON TE...E' COME SE TI VEDESSI! UN ABBRACCIO FORTE.
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