Empiri.
La nostra destinazione in questa soleggiata domenica ha un nome che non mi ricorda nulla di mozambicano; ci dirigiamo ad Empiri per celebrare la Liturgia della Parola insieme a Irma Franca ed alla sua fedele guida Antonio.
Percorriamo la via che, uscendo dalla periferia di Pemba, conduce verso l’interno del paese. Poco distante dall’aeroporto superiamo la stazione permanente di polizia, salutiamo una mezza dozzina di agenti seduti all’ombra con l’aria di chi si trova in quel luogo solamente per un inderogabile impegno professionale, evitabile volentieri, e ci immergiamo tra due ali di verde che si susseguono a perdita d’occhio alla nostra destra ed alla nostra sinistra, separate da una striscia di asfalto di costruzione italiana tanto sottile in quell’immensità da sembrare quasi inutile, insignificante. Quante volte ho percorso questa stessa strada solamente sei mesi fa, nella stagione secca, e il paesaggio sembra stato investito da una pennellata di colore smeraldo tanto intensa e compatta da farlo sembrare un altro mondo, completamente. Incredibile.
L’eterno e vivace mercato di Mieze, le saline poco distanti, un fiumiciattolo stagionale di poco conto, innocuo se non fosse per i coccodrilli che con puntualità si presentano tra le sue acque annualmente, qualche pagliotas con i suoi abitanti seduti sulle brandine di legno adagiate all’uscio, con i suoi figli sorridenti giocare tra le pozzanghere, con le sue piccole bancarelle di frutta e verdura, gente a piedi, di ogni età, dirette chissà dove, chissà perché.
Ad un tratto, come guidata da un satellite mentale di rara precisione, Irma Franca taglia sulla sinistra, su di un sentiero fangoso che sembra identico alle centinaia superati strada facendo, nessuna indicazione, nessun punto di riferimento per me riconoscibile.
Parcheggiamo sotto il cerchione di automobile appeso al ramo di un albero con una corda, un cerchione tanto arrugginito quanto utile per la sua funzione di campana di riciclo.
Subito l’intera comunità si precipita intorno a noi: i saluti rubano (o forse sarebbe meglio utilizzare la parola “regalano”) molto tempo tra inchini e triplici strette di mano. Due o tre parole in dialetto makua suscitano immediatamente stupore e ilarità: stupore, quasi timore nei più piccoli e simpatia negli anziani del villaggio. Mi accorgo presto di un particolare e con meraviglia lo condivido, trovando pieno appoggio e reale conferma, con Francesca: a partire dalle bambine più piccole fino ad arrivare alle anziane che sprigionano una saggezza secolare solamente con lo sguardo, tutte le donne di questa comunità sono splendide, tante veneri nascoste in uno spicchio di mato a pochi passi dall’oceano Indiano.
La chiesa è, come di consueto, una grande pagliota a quattro navate, interamente costruita in bambù, legno e pietre e sovrastata da un tetto di paglia robusta che scende fino a poco più di un metro dal suolo; un ingegno architettonico di notevole talento ha dato i natali ad una serie di panche in canne di bambù, senza poggia-schiena, simmetriche e stabili mentre sull’altare risaltano due mazzi di fiori colorati immersi in bottiglie di Gin. Le finestre si contano sulle dita di una mano ma la loro presenza è fondamentale non tanto per le correnti (all’interno l’aria è stagnante, il caldo soffoca e imprime i vestiti sulla pelle) quanto per lasciar passare quei pochi raggi di sole necessari per poter illuminare un poco l’ambiente. Una semplice croce ottenuta legando insieme due legnetti minuscoli, un crocifisso più moderno ed un quadro col volto di Maria smangiucchiato e sbiadito da tempo e da chissà cos’altro abbelliscono la parete di fondo.
La celebrazione è allegra e folkloristica come sempre, con un corpo di canto e danza formato da otto giovani ragazze ad animarne ogni singolo momento, guidate e controllate attentamente allo stesso tempo da un ragazzotto con l’aria fiera che fa a pugni con la t-shirt di Paperino indossata per l’occasione.
Prima ancora di incominciare le letture, tre bambini con alle spalle non più di un mese di vita vengono adagiati sull’altare per essere presentati alla comunità, avvolti singolarmente in kapulane dai colori sgargianti: non un grido, non una lacrima versata, non un movimento.
In quell’immagine, in un momento, ritrovo tutta la bellezza della vita.
Lo scambio della pace è una festa: chi bacia le mani del vicino, chi si abbraccia con affetto, strette di mano che identifico come sincere, sorrisi, un grande movimento ritmato a suon di batuk, i bambini appollaiati all’esterno della finestra posizionata dietro la mia testa si accalcano per stringerci la mano e poi scappano via ridendo come matti, una bambina di non più di sei o sette anni mi “offre” felice il fratellino che tiene sulla schiena per una carezza, un’anziana donna mi parla per un paio di minuti nel suo dialetto incomprensibile e poi, lentamente, si allontana soddisfatta.
Empiri.
Il nome di questo villaggio non ricorda nulla di prettamente mozambicano.
L’anima profonda dell’Africa intera, però, si racchiude tra le pareti di pietra e bambù della sua piccola chiesa.
0 commenti:
Posta un commento