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Ci deve pur essere un errore

Ci deve pur essere un errore. O per lo meno qualche cosa di molto strano. Pochi istanti fa mi trovavo all’interno del bairro di Cariacò, un bairro molto esteso sulle cui terre poggiano sia le acque dell’oceano Indiano con il Canale de Mocambique sia quelle, comunque sempre oceaniche, della Baia di Pemba, ed ora, dopo pochi istanti, appena il tempo di attraversare Avenida da Marginal, la splendida strada sul lungo mare, mi ritrovo in un vialetto piastrellato circondato da sottile erba appena tagliata, ancora bagnata dato che l’irrigazione automatica ha appena concluso il suo turno di lavoro. Alla mia destra ed alla mia sinistra due file di palme ordinate, intramezzate da argentei pilastri che sorreggono alcune bandiere nazionali: Mozambico, Swaziland, Tanzania, Angola, Stati Uniti, Cina, Portogallo ed Italia. Le sbarre metalliche si alzano in gesto d’invito rivolto alla nostra piccola jeep, entriamo e posteggiamo tra un pick-up color sabbia ed un bianco pullmino con un carretto al traino. Davanti a noi si erge, immensa e quasi fastidiosa nel suo acceso arancione, una struttura che subito mi ricorda vagamente un misto tra il Taj Mahal indiano e le sfarzose abitazioni dei sultani del mondo arabo: ingressi e finestre tondeggianti, soffitti sinuosi, ricami e rifiniture lussuose. Due uomini si inchinano sorridendo al nostro passaggio, dandoci il benvenuto mentre varchiamo l’imponente portone di ingresso in legno ed ottone; sotto ai miei sandali mosaici in quarzo bianco e blu si susseguono quasi ad indicare un percorso obbligatorio, lucenti e sgargianti come se fossero stati posati al suolo apposta per il mio arrivo. Sulle pareti di questo piccolo porticato di forma quadrata si innalzano statue in legno scuro raffiguranti guerrieri indigeni, animali selvaggi e pesci e di ogni dimensione. Su di un piedistallo, situato al centro del portico di sinistra, regna incontrastata la conchiglia più grande e bella che io abbia mai visto mentre alle sue spalle, dietro il bancone della hall, intagliato fin nei minimi dettagli, due ragazze strette nelle loro camicie blu con bottoni e cuciture dorate ci sorridono dandoci nuovamente il benvenuto. Al centro del cortiletto una fontana d’acqua limpidissima allieta gli ospiti con giochi di luce mentre le sue gocce sgorgano senza sosta in un frenetico zampillio. Superata questa prima sala raggiungiamo il giardino: bello, pulito, colorato, ordinato e rigoglioso. E’ proprio così che si presenta ai nostri occhi, ricco di fiori profumati, di erba soffice, di palme portate qui in fretta e furia dopo essere state sradicate dall’interno del mato per non perdere giornate preziose, l’inaugurazione era imminente a quel tempo. Alla nostra sinistra si aprono le porte del bar: purtroppo riesco solamente a darvi un’occhiata sfuggente e superficiale a causa delle decine e decine di musi di ogni genere d’animale imbalsamati alle pareti, preferisco passare oltre. Alla nostra destra la sala da pranzo: alcuni tavolini all’aperto, altri all’interno di pareti di vetro per poter godere, gustando soddisfatti aragosta e sorseggiando vini sudafricani, dello spettacolo dell’oceano a due passi. Una tavolata che sembra non avere mai fine delizia anche solo lo sguardo dei clienti, colma all’esagerazione di pietanze di ogni tipo, dall’antipasto al dolce finale. Di fronte a noi invece, a picco sulla sabbia dorata e vicinissima alle onde che vi si infrangono, solamente un poco sollevata da esse, una piscina rettangolare e qualche bambino divertirsi tra tuffi e spruzzi. Poco distante alcuni campi da tennis e le camere.

Ci deve pur essere un errore. O per lo meno qualche cosa di molto strano. Il bairro di Cariacò, le sue migliaia di abitanti senza acqua e corrente elettrica, i suoi sentieri di terra e sabbia, le sue latrine e le sue fogne a cielo aperto, i suoi figli scalzi, analfabeti e vestiti di stracci, le sue baracche di fango, sassi e bambù, le sue malattie, la sua miseria, la sua povertà estrema si trovano dall’altra parte della strada.

Benvenuti nel paradiso (o maledetti nell’inferno..?) del Pemba Beach Hotel.

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