28 luglio 2011
Mi sono rivisto per un attimo in cima ad una delle innumerevoli torri della splendida città di Praga.
Tutti intorno, a perdita d’occhio, le decine e decine di campanili che la rendono famosa in tutto il mondo come la “città dei mille campanili” appunto. Alti, maestosi ma mai ingombranti, ognuno con la sua diversa struttura, con i suoi colori opachi, quasi velati di una tristezza sottile.
In realtà non mi trovo nella gelida Praga ma nel caldo penetrante della città di Ndola; non sono circondato da architetture barocche, gotiche, neoclassiche ma dal cimitero del compound di Kawama; quelli ai miei piedi non sono i rigidi mattoni della torre innalzata centinaia di anni prima ma i granelli instabili di terra rossa di una minuscola collinetta sulla quale sorge, solitario e ligio al dovere di allietare i passanti con la sua ombra, un albero senza pretese; davanti ai miei occhi, apparentemente senza fine, non i sacri campanili di chiese e cattedrali ma le altrettanto sacre lapidi di decine di bambini che prematuramente hanno dovuto abbandonare le gioie ed i dolori di questo mondo.
Di colore nero, metalliche, simili a cartelli stradali se non fosse per l’altezza intorno al mezzo metro, queste lapidi recano sempre e solamente, scritti a mano con della vernice bianca, il nome del defunto, le date di nascita e di rinascita al cielo e le lettere M.H.S.R.I.P., May His/Her Soul Rest In Peace.
Sono nella parte del cimitero dedicata ai più piccoli, in attesa di partecipare al funerale di uno dei watchman del Progetto, un’attesa che sembra non finire mai. Intorno a me questi piccoli cumuli di terra, larghi meno di mezzo metro, lungo all’incirca uno e alti come le mie ginocchia; in cima ad essi qualche sporadico ciuffo di erba e, come ricordo del bambino defunto, una tazza o un piattino, molto raramente un semplice giocattolo. Mai una fotografia, nessun fiore. Il silenzio mette quasi i brividi.
Ma è un silenzio che, ancora una volta, riesce a colmare il vuoto di alcune domande alle quali sto cercando con insistenza risposta.
Containers zooona!
11 luglio 2011
Dopo giorni, settimane, mesi di lunga, e alle volte estenuante, attesa tutto il materiale proveniente dall’Italia è giunto a destinazione qui a Ndola.
Il terzo ed ultimo container ha varcato i cancelli del Progetto questa mattina: di dimensioni ridotte rispetto ai primi due, ci ha fatto quasi tenerezza al primo impatto visivo e nel giro di un paio d’ore dal suo arrivo era già pronto per ripartire.
In tutto sono quindi arrivati tre containers che, dopo aver salpato dalle coste italiane hanno attraversato il Mediterraneo ed il Canale di Suez, accarezzato il Corno d’Africa sulle onde dell’oceano Indiano per poi attraccare nel porto di Dar es Salaam, in Tanzania; ancora qualche giorno di viaggio attraversando la barriera di Tunduma ed eccoli a Ndola.
Oltre tre mesi di viaggio, lento ma fortunatamente senza intoppi insormontabili, (quasi) tutto è andato come avrebbe dovuto.
Io e Davide ci eravamo ormai abituati a vedere le giornate passarci sotto il naso con la speranza di ammirare la comparsa all’improvviso di un camion al cancello d’ingresso del Progetto ma le novità tardavano ad arrivare.
Un paio di settimane fa, mentre mi trovavo seduto dietro la scrivania dell’ufficio a sistemare le ultime cose prima di rientrare verso casa, Christopher mi chiama dal cortiletto appena fuori dalla porta dicendomi Marco, is that one your container?
Al primo momento, un poco sovrappensiero, gli ho risposto svogliatamente Which container? e lui The one that is coming from the gate!
Realizzando nella mia mente quello che mi stava dicendo sono corso fuori dall’ufficio e, guardando in direzione del cancello, ho visto l’enorme camion avvicinarsi a noi. Saltellando come un bambino a cui è appena stato regalato il giocattolo preferito sono corso ad avvisare Davide, anche lui incredulo, e insieme ci siamo fiondati ad accogliere il nostro “tesoro”, emozionatissimi.
Pochi giorni dopo anche il secondo container è giunto a destinazione ed oggi, finalmente, il terzo ed ultimo.
Scaricarli è stata una mezza impresa ma fortunatamente tutto è andato per il meglio.
A darci una mano ci hanno pensato tutti i lavoratori del reparto agricolo del Progetto e qualche ragazzo con un po’ di tempo libero, un trattore ed il suo muletto.
Non avendo avuto la possibilità di muovere il container stesso dal camion non è stato semplice scaricare macchinari da oltre 400 kg, ma con un pizzico d’ingegno ci siamo riusciti senza compromettere nulla. Solamente due frigoriferi sono arrivati rovinati a causa del viaggio.
Abbiamo ora il materiale, i macchinari e tutto l’occorrente per l’apertura di 3 punti vendita nell’ottica di un progetto a lungo termine.
Ora che tutto il materiale è arrivato, ora che il laboratorio ed il negozio cominciano a prendere forma, ora che il tempo stringe e ci avviciniamo piano piano all’inaugurazione comincio a rendermi davvero conto di quanto lavoro ci sia e soprattutto ci sarà da fare una volta partiti, di quante responsabilità avremo, di quanto ci sarà da rimboccarsi le maniche..ma anche di quanto sarà intrigante ed emozionante, quanto saranno grandi le soddisfazioni e la gioia una volta raggiunti i nostri obiettivi.
Le gambe sembravano sul punto di iniziare a tremare, ma uso quell’energia per correre ancora più veloce verso la meta, carico come una molla!
Dopo giorni, settimane, mesi di lunga, e alle volte estenuante, attesa tutto il materiale proveniente dall’Italia è giunto a destinazione qui a Ndola.
Il terzo ed ultimo container ha varcato i cancelli del Progetto questa mattina: di dimensioni ridotte rispetto ai primi due, ci ha fatto quasi tenerezza al primo impatto visivo e nel giro di un paio d’ore dal suo arrivo era già pronto per ripartire.
In tutto sono quindi arrivati tre containers che, dopo aver salpato dalle coste italiane hanno attraversato il Mediterraneo ed il Canale di Suez, accarezzato il Corno d’Africa sulle onde dell’oceano Indiano per poi attraccare nel porto di Dar es Salaam, in Tanzania; ancora qualche giorno di viaggio attraversando la barriera di Tunduma ed eccoli a Ndola.
Oltre tre mesi di viaggio, lento ma fortunatamente senza intoppi insormontabili, (quasi) tutto è andato come avrebbe dovuto.
Io e Davide ci eravamo ormai abituati a vedere le giornate passarci sotto il naso con la speranza di ammirare la comparsa all’improvviso di un camion al cancello d’ingresso del Progetto ma le novità tardavano ad arrivare.
Un paio di settimane fa, mentre mi trovavo seduto dietro la scrivania dell’ufficio a sistemare le ultime cose prima di rientrare verso casa, Christopher mi chiama dal cortiletto appena fuori dalla porta dicendomi Marco, is that one your container?
Al primo momento, un poco sovrappensiero, gli ho risposto svogliatamente Which container? e lui The one that is coming from the gate!
Realizzando nella mia mente quello che mi stava dicendo sono corso fuori dall’ufficio e, guardando in direzione del cancello, ho visto l’enorme camion avvicinarsi a noi. Saltellando come un bambino a cui è appena stato regalato il giocattolo preferito sono corso ad avvisare Davide, anche lui incredulo, e insieme ci siamo fiondati ad accogliere il nostro “tesoro”, emozionatissimi.
Pochi giorni dopo anche il secondo container è giunto a destinazione ed oggi, finalmente, il terzo ed ultimo.
Scaricarli è stata una mezza impresa ma fortunatamente tutto è andato per il meglio.
A darci una mano ci hanno pensato tutti i lavoratori del reparto agricolo del Progetto e qualche ragazzo con un po’ di tempo libero, un trattore ed il suo muletto.
Non avendo avuto la possibilità di muovere il container stesso dal camion non è stato semplice scaricare macchinari da oltre 400 kg, ma con un pizzico d’ingegno ci siamo riusciti senza compromettere nulla. Solamente due frigoriferi sono arrivati rovinati a causa del viaggio.
Abbiamo ora il materiale, i macchinari e tutto l’occorrente per l’apertura di 3 punti vendita nell’ottica di un progetto a lungo termine.
Ora che tutto il materiale è arrivato, ora che il laboratorio ed il negozio cominciano a prendere forma, ora che il tempo stringe e ci avviciniamo piano piano all’inaugurazione comincio a rendermi davvero conto di quanto lavoro ci sia e soprattutto ci sarà da fare una volta partiti, di quante responsabilità avremo, di quanto ci sarà da rimboccarsi le maniche..ma anche di quanto sarà intrigante ed emozionante, quanto saranno grandi le soddisfazioni e la gioia una volta raggiunti i nostri obiettivi.
Le gambe sembravano sul punto di iniziare a tremare, ma uso quell’energia per correre ancora più veloce verso la meta, carico come una molla!
Esordio nel campionato zambiano
2 luglio 2011
Il suono della sveglia apre ancora una volta i miei occhi stanchi, consapevoli però che quella di oggi sarà una gran bella giornata da ricordare.
L’intera mattinata viene dedicata a scaricare il secondo dei tre container che dall’Italia, via Dar es Salaam, porta a Ndola tutto il materiale necessario per allestire il laboratorio di produzione per la nostra gelateria ed il negozio in città. Siamo una quindicina al lavoro, le operazioni non sono affatto semplici, soprattutto quando si tratta di scaricare banconi da bar e vetrine da gelato; le menti e le braccia tolte all’agricoltura però non deludono le aspettative e nel giro di tre ore il rosso container giace spoglio appoggiato sul rimorchio del camion tanzaniano pronto per ripartire alla volta di casa.
Un altro tassello del nostro grande sogno è stato posizionato, ora aspettiamo con ansia l’ultimo carico.
Una spaghettata veloce e poi di corsa a preparare la borsa da calcio..ehm, scusate, il sacchetto di plastica con dentro scarpe da calcio e una maglietta bianca, tutto l’occorrente per il mio tanto agognato esordio nel campionato zambiano!
Il cartellino è pronto ormai da un mese ma sembra che questa mia prima partita proprio “non s’ha da fare”: una domenica manca il nostro Ba Cochere (l’allenatore del Cicetekelo Youth Project, eletto “mighty legend” del calcio zambiano degli anni ’60) quindi non si gioca, la domenica successiva c’è la nazionale quindi tutto il Paese si ferma..e non si gioca, poi gli avversari non si presentano al nostro campo quando ormai tutto sembrava pronto, infine due domeniche di lutto nazionale per la morte del secondo presidente della storia zambiana, Chiluba, durante le quali tutte le manifestazioni sportive sono sospese. Inizio a pensare di dover appendere le scarpe al chiodo, quasi mi convinco che sia in atto una makumba nei miei confronti.
Quella di oggi però sento sarà la volta buona!
Ritrovo all’una qui al Progetto: tenendo conto che i ragazzi sono tutti presenti dalla mattina e non dobbiamo aspettare nessuno, partire alle due meno un quarto dopo esser stati mezz’ora fermi seduti sul bus è ordinaria amministrazione. Sta di fatto che raggiungiamo il distretto di Kaniki intorno alle tre, giusto l’ipotetico orario di inizio, ma nessuno sembra preoccuparsene e ho l’impressione che anche io mi abituerò presto a questa mentalità. Ora non resta che trovare il campo di gioco..impresa pressoché titanica dato che il villaggio è costituito da un’unica via asfaltata centrale e centinaia di sentieri che si diramano a destra e sinistra, ognuno dei quali sembra possedere tra l’altro un luogo dove poter tirare due calci a una palla.
Chiediamo informazioni e finalmente, mentre ormai la mia testa rimbomba a causa della musica tenuta ad un volume esageratamente alto, sembriamo imboccare il sentiero giusto quando d’un tratto incappiamo in un posto di blocco; la coda sembra non muoversi di un metro e il driver decide di scendere a controllare la situazione.
Beh, quella che abbiamo davanti è la frontiera con il Congo e il campo è dall’altra parte delle sbarre!
Mi sembra impossibile ma, scendendo dal bus e attraversando la frontiera a piedi senza che nessuno mi chieda nulla, anzi abbracciato ad un rasta uscito dal bar (dove sicuramente si è appena riempito di alcool) appositamente per salutare questo suo “fratello bianco”, mi convinco che il bello debba ancora venire.
Il terreno di gioco è a una decina di metri dalla frontiera.
Spogliatoi? Nemmeno l’ombra, ci mancherebbe, ci si cambia intorno all’invisibile (perché assente) bandierina del calcio d’angolo.
Porte? Si, un paio di tubi arrugginiti sono infilati nel terreno ed alcuni ragazzini ci stanno appendendo le reti, verdi e rattoppate.
Linee ai bordi del campo? A cosa potrebbero servire? Il terreno di gioco è uno spiazzo rettangolare con intorno erba alta oltre un metro: se la palla vi si perde dentro è fallo laterale.
Erba? Qualche ciuffo intorno alle buche onnipresenti e ai lati del sentiero che attraversa il campo in obliquo dove proprio ora, mentre ci stiamo cambiando, un gruppo di anziane signore passeggia con grosse ceste sul capo.
Squadra avversaria? Si, quella c’è, in tenuta blu con scritte in una lingua che pare del nord Europa; si sta riscaldando vicino all’altra porta.
Arbitro? Beh, io spero vivamente (verrò puntualmente deluso) che non sia il tizio che passeggia al centro del campo con in mano un fischietto. Ciabatta enorme di plastica verde ai piedi, pantaloni neri, maglietta grigio topo e giacca, dico giacca allacciata di tutto punto, cappellino da pescatore e aria stralunata.
Il nostro riscaldamento è una sorta di ballo in cui tutti saltellano a ritmo urlando numeri e parole incomprensibili dal quale io mi stacco immediatamente perché incapace a tenerne il ritmo. Mai visto un riscaldamento del genere, ma se riesci a tenere il ritmo giusto dev’esser molto divertente!
Tutto è pronto per il calcio d’inizio: esordio da titolare a centrocampo, numero di maglia 13 (la prima che ho pescato nel mucchio che abbiamo buttato a terra appena arrivati).
Qualche intervento tipico del calcio africano (ai limiti del codice penale), due minuti per capire che su una superficie del genere giocare a calcio è praticamente impossibile e l’importante è buttare il pallone lontano dalla propria porta, risate appena accennate ogni volta che l’arbitro fischia e sembra danzare al suono prodotto da lui stesso fino a che, apoteosi, non rischiamo di vincere la partita grazie ad una punizione fischiata in nostro favore perché un difensore avversario rilanciando il pallone..ha perso una scarpa! Non ho ben capito, durante la discussione che ne è seguita, se il fallo in questi casi venga fischiato dove la scarpa in oggetto viene persa oppure nel punto in cui cade dopo il volo, sta di fatto che rimango esterrefatto.
Uno a uno il risultato finale, dopo aver fallito troppe occasione ed aver preso un gol evitabile a pochi minuti dal termine (uno spettacolo vedere tutto il pubblico presente, tutto, correre in campo a festeggiare).
Mi son divertito da morire, non potevo chiedere di più dal mio esordio nel campionato zambiano..in Congo.
Il suono della sveglia apre ancora una volta i miei occhi stanchi, consapevoli però che quella di oggi sarà una gran bella giornata da ricordare.
L’intera mattinata viene dedicata a scaricare il secondo dei tre container che dall’Italia, via Dar es Salaam, porta a Ndola tutto il materiale necessario per allestire il laboratorio di produzione per la nostra gelateria ed il negozio in città. Siamo una quindicina al lavoro, le operazioni non sono affatto semplici, soprattutto quando si tratta di scaricare banconi da bar e vetrine da gelato; le menti e le braccia tolte all’agricoltura però non deludono le aspettative e nel giro di tre ore il rosso container giace spoglio appoggiato sul rimorchio del camion tanzaniano pronto per ripartire alla volta di casa.
Un altro tassello del nostro grande sogno è stato posizionato, ora aspettiamo con ansia l’ultimo carico.
Una spaghettata veloce e poi di corsa a preparare la borsa da calcio..ehm, scusate, il sacchetto di plastica con dentro scarpe da calcio e una maglietta bianca, tutto l’occorrente per il mio tanto agognato esordio nel campionato zambiano!
Il cartellino è pronto ormai da un mese ma sembra che questa mia prima partita proprio “non s’ha da fare”: una domenica manca il nostro Ba Cochere (l’allenatore del Cicetekelo Youth Project, eletto “mighty legend” del calcio zambiano degli anni ’60) quindi non si gioca, la domenica successiva c’è la nazionale quindi tutto il Paese si ferma..e non si gioca, poi gli avversari non si presentano al nostro campo quando ormai tutto sembrava pronto, infine due domeniche di lutto nazionale per la morte del secondo presidente della storia zambiana, Chiluba, durante le quali tutte le manifestazioni sportive sono sospese. Inizio a pensare di dover appendere le scarpe al chiodo, quasi mi convinco che sia in atto una makumba nei miei confronti.
Quella di oggi però sento sarà la volta buona!
Ritrovo all’una qui al Progetto: tenendo conto che i ragazzi sono tutti presenti dalla mattina e non dobbiamo aspettare nessuno, partire alle due meno un quarto dopo esser stati mezz’ora fermi seduti sul bus è ordinaria amministrazione. Sta di fatto che raggiungiamo il distretto di Kaniki intorno alle tre, giusto l’ipotetico orario di inizio, ma nessuno sembra preoccuparsene e ho l’impressione che anche io mi abituerò presto a questa mentalità. Ora non resta che trovare il campo di gioco..impresa pressoché titanica dato che il villaggio è costituito da un’unica via asfaltata centrale e centinaia di sentieri che si diramano a destra e sinistra, ognuno dei quali sembra possedere tra l’altro un luogo dove poter tirare due calci a una palla.
Chiediamo informazioni e finalmente, mentre ormai la mia testa rimbomba a causa della musica tenuta ad un volume esageratamente alto, sembriamo imboccare il sentiero giusto quando d’un tratto incappiamo in un posto di blocco; la coda sembra non muoversi di un metro e il driver decide di scendere a controllare la situazione.
Beh, quella che abbiamo davanti è la frontiera con il Congo e il campo è dall’altra parte delle sbarre!
Mi sembra impossibile ma, scendendo dal bus e attraversando la frontiera a piedi senza che nessuno mi chieda nulla, anzi abbracciato ad un rasta uscito dal bar (dove sicuramente si è appena riempito di alcool) appositamente per salutare questo suo “fratello bianco”, mi convinco che il bello debba ancora venire.
Il terreno di gioco è a una decina di metri dalla frontiera.
Spogliatoi? Nemmeno l’ombra, ci mancherebbe, ci si cambia intorno all’invisibile (perché assente) bandierina del calcio d’angolo.
Porte? Si, un paio di tubi arrugginiti sono infilati nel terreno ed alcuni ragazzini ci stanno appendendo le reti, verdi e rattoppate.
Linee ai bordi del campo? A cosa potrebbero servire? Il terreno di gioco è uno spiazzo rettangolare con intorno erba alta oltre un metro: se la palla vi si perde dentro è fallo laterale.
Erba? Qualche ciuffo intorno alle buche onnipresenti e ai lati del sentiero che attraversa il campo in obliquo dove proprio ora, mentre ci stiamo cambiando, un gruppo di anziane signore passeggia con grosse ceste sul capo.
Squadra avversaria? Si, quella c’è, in tenuta blu con scritte in una lingua che pare del nord Europa; si sta riscaldando vicino all’altra porta.
Arbitro? Beh, io spero vivamente (verrò puntualmente deluso) che non sia il tizio che passeggia al centro del campo con in mano un fischietto. Ciabatta enorme di plastica verde ai piedi, pantaloni neri, maglietta grigio topo e giacca, dico giacca allacciata di tutto punto, cappellino da pescatore e aria stralunata.
Il nostro riscaldamento è una sorta di ballo in cui tutti saltellano a ritmo urlando numeri e parole incomprensibili dal quale io mi stacco immediatamente perché incapace a tenerne il ritmo. Mai visto un riscaldamento del genere, ma se riesci a tenere il ritmo giusto dev’esser molto divertente!
Tutto è pronto per il calcio d’inizio: esordio da titolare a centrocampo, numero di maglia 13 (la prima che ho pescato nel mucchio che abbiamo buttato a terra appena arrivati).
Qualche intervento tipico del calcio africano (ai limiti del codice penale), due minuti per capire che su una superficie del genere giocare a calcio è praticamente impossibile e l’importante è buttare il pallone lontano dalla propria porta, risate appena accennate ogni volta che l’arbitro fischia e sembra danzare al suono prodotto da lui stesso fino a che, apoteosi, non rischiamo di vincere la partita grazie ad una punizione fischiata in nostro favore perché un difensore avversario rilanciando il pallone..ha perso una scarpa! Non ho ben capito, durante la discussione che ne è seguita, se il fallo in questi casi venga fischiato dove la scarpa in oggetto viene persa oppure nel punto in cui cade dopo il volo, sta di fatto che rimango esterrefatto.
Uno a uno il risultato finale, dopo aver fallito troppe occasione ed aver preso un gol evitabile a pochi minuti dal termine (uno spettacolo vedere tutto il pubblico presente, tutto, correre in campo a festeggiare).
Mi son divertito da morire, non potevo chiedere di più dal mio esordio nel campionato zambiano..in Congo.
Kawama compound -Family Visit-
16 giugno 2011
Tenendo fede al modo di pensare che mi è stato insegnato, ed all’interno del quale sono nato e cresciuto, il Tempo dovrebbe essere definito come “l’unità di misura del trascorrere degli eventi”. Credo però che nel mondo occidentale questa definizione abbia perso il suo significato letterale.
Nella maggior parte dei territori africani, a mio parere, esistano più sfaccettature riguardo all’idea di Tempo, il Tempo non è sempre lo stesso. Il Tempo qui esiste appunto solamente nel momento in cui un’azione è in corso d’opera, nel momento in cui qualcosa sta accadendo, solo se gli eventi che mi riguardano trascorrono. Non esiste quindi la fretta, non c’è motivo alcuno per averne. Se non sto compiendo nessuna azione il mio tempo non esiste. Gli orologi vengono ancora percepiti come strumenti superflui, più un vezzo, una moda piuttosto che elementi fondamentali del vivere quotidiano. Il sole sorge per poi tramontare di nuovo, è trascorsa l’ennesima giornata; non c’è bisogno di dividere il suo eterno movimento in frammenti ulteriori.
Qui in Zambia si parla addirittura comunemente di “zambian time” per definire le tempistiche del popolo autoctono. Se vuoi vivere per un periodo prolungato in questa terra, lo zambian time devi farlo divenire parte integrante di te stesso, se non vuoi passare la tua esistenza coi nervi a fior di pelle per gli inevitabili ritardi e le estenuanti attese. You must live your life panono panono.
Non avevo certo motivo di spazientirmi dunque questa mattina, ad esempio. Alle 8 in punto sono seduto sulle panche al di fuori dell’ufficio del Progetto, pronto per l’appuntamento con John: ho in programma di partecipare alle family visit. Intorno alle 10 e un quarto sono sempre seduto, sempre sulla stessa panchina, sempre pronto per partire.
Finalmente montiamo sul nostro brown bus: abbiamo in programma di visitare sei famiglie di altrettanti ragazzi inseriti nella Fase 2 del Progetto Cicetekelo, quella situata all’interno del compound di Nkwazi. La zona in cui ci muoveremo durante l’intera mattinata è invece quella del compound di Kawama.
Bussando alla porta della prima abitazione non riceviamo alcuna risposta, la famiglia è fuori città in visita ad alcuni parenti ci avverte un ragazzo poco distante intento ad innaffiare alcune piantine sull’uscio di casa (sua? O lavora forse per qualcuno?). Una bella X a matita di fianco al nome del ragazzino che vi abita e di nuovo sui comodi sedili del nostro splendido mezzo di trasporto (ci farei il giro dell’intero continente..ogni volta che lo vedo lo spirito del viaggiatore senza meta mi assale!).
Durante la visita alle cinque famiglie successive (durante le quali lo staff del progetto monitora la situazione dell’abitazione, della famiglia nel suo complesso e del ragazzo nello specifico) non posso fare a meno di tuffarmi nel mondo dei bambini: mi manca, non posso farne a meno, è con loro che mi sento completamente a mio agio. Inizialmente, come è normale che sia, saluto tutti i componenti della famiglia presenti in quel momento, entro in casa, mi accomodo, creo un poco di ilarità con quelle quattro (di numero..) parole di bemba che ho imparato, ascolto con attenzione le risposte alle prime due o tre domande di Moses, l’educatore che oggi accompagno, poi inizio a guardarmi intorno curioso. Prima la poltrona su cui sono seduto (presente quattro volte su cinque, solamente in un’abitazione l’intervista si è svolta all’aperto, seduti su sacchetti riempiti con bucce di noccioline..comodissimi), elegante, pomposa, colorata, perfettamente inserita all’interno di quelle stanze; poi le pareti, solo alle volte dipinte (mai a tinta unita e sempre con evidenti segni di usura), abbellite con grandi immagini del Papa, del Signore o di Maria fiancheggiate sempre da enormi calendari inneggianti alle bellezze naturali del paese oppure alla nazionale di calcio e da fotografie sbiadite di uno o due componenti della famiglia; le porte che portano alle altre stanze, mai in asse, spesso sostituite con semplici tendine; la mancanza di un lampadario o anche solo di una lampadina nella stanza; il soffitto di lamiera troppo spesso colmo di fori. Infine, dopo una mezza dozzina di minuti, ecco spuntare l’immancabile sguardo curioso di un bimbo che sbircia dall’uscio.
Durante la prima visita il bimbetto in questione non ha più di 5 anni: appena mi vede corre all’interno della stanza e salta sul divano tra le braccia della nonna al suono di una fragorosa risata. In quel momento dimentico chi sono, con chi sono, dove sono e perché, ed inizio una serie interminabile di scambi di sguardi, linguacce, versi indescrivibili insieme a lui, che ricambia ad un paio di metri di distanza di fronte a me; tra di noi Moses da una parte e la madre dall’altra proseguono la loro seria ed importante intervista insieme alla nonna che lo tiene in braccio. Quando lo stesso Moses mi da una pacca sulla spalla dicendomi che possiamo andare ho gli occhi incrociati, la lingua fuori e le orecchie a sventola: scoppiamo tutti insieme in una gran risata mentre, tra me e me, mi immagino in camicia tra le vie di Milano camminare di fretta verso l’ufficio per non fare tardi al lavoro …
Capita poi di rimanere per l’intera durata dell’intervista con in braccio un cucciolo di tre o quattro anni completamente immobile, con lo sguardo quasi assente fisso su di me, a metà tra il sorpreso e l’intimorito, cercando di suscitare in lui un qualunque accenno di movimento facendogli il solletico, cantando delle canzoni, facendo semplici giochetti con qualsiasi cosa mi capiti sotto mano. Nulla, immobile. Quando giunge l’ora di salutare tutti mi alzo in piedi con lui in braccio, lo faccio scendere con calma e lui rimane li senza fiatare, senza muoversi, continuando a fissarmi fino a che non mettiamo in moto.
Quando la terza famiglia, composta da una coppia di anziane persone indaffarate nello sbucciare noccioline all’ombra di un insaka, ci fa gentilmente accomodare a due passi dall’uscio di casa ecco che, piano piano, una dozzina di bimbi e bimbe delle abitazioni adiacenti si avvicinano curiosi. Sfoggio un saluto in bemba ed ecco subito sciolta l’insicurezza, loro si avvicinano festosi e io, giusto il tempo di salutare gli intervistati, li lascio “in balia di Moses” per andare a divertirmi un poco. La più attiva dell’intero gruppo si chiama Vivian: sembra una principessina con la sua bella gonna bianca orlata di azzurro e una magliettina viola ricamata con decozioni bianche, e mostra immediatamente un atteggiamento da adulta. Mi tiene testa senza timori, continua a fare domande, si mette di tutto punto raccontando che un giorno sarà mia moglie e ad un certo punto raduna tutti noi in cerchio (ormai è lei a gestire la situazione, io non sono altro che uno del gruppetto di amici) e mi chiede di pregare il Padre Nostro in italiano; rimango spiazzato per qualche secondo fino a che non me lo chiede di nuovo. Appena terminato lo ripetiamo in lingua bemba prima di tornare a giocare. Il tempo di una foto e giunge il momento dei saluti, nella speranza un giorno di ritrovarci a giocare, e pregare, tutti insieme.
Infine l’ultima famiglia da intervistare. Ci accomodiamo in “salotto” sulle immancabili poltrone, le presentazioni di rito e poi ecco il mio sguardo incrociarsi con quello di un bimbo nella stanza adiacente. Due linguacce e poi, scusandomi per l’interruzione, saluto tutti per uscire di nuovo in cortile. Non riesco a farne a meno! Anche qui una mezza dozzina di bimbi mi guarda timoroso e incuriosito, nessuno osa avvicinarmi e se tendo una mano scappa al riparo. Mi siede sui gradini dell’ingresso e aspetto, osservandoli. Niente, rimaniamo tutti immobili. In quel momento, da dietro il muro dell’abitazione vicina spunta correndo una bimbetta con lunghe treccine nere: appena mi vede frena la sua corsa di scatto e sobbalza cadendo all’indietro intimorita per lo spavento. Beh, dopo innumerevoli tentativi vani quella stessa bimba è la prima ad avere il coraggio di sfiorarmi un dito della mano. Rotto il ghiaccio è tutto un gioco alla scoperta della mia pelle così diversa, dei miei bracciali, dei peli sulle braccia e sulle gambe, dei dred..eccomi a loro disposizione.
Mi manca il contatto fisico, il gioco, le sensazioni indescrivibili che i bambini sanno regalare.
Vivo questi giorni entusiasta di tutto quello che sto per intraprendere e carico come una molla in vista dell’esperienza straordinaria che mi aspetta per i prossimi anni..ma di sicuro un giorno tornerò a dedicarmi a loro anima e corpo.
Tenendo fede al modo di pensare che mi è stato insegnato, ed all’interno del quale sono nato e cresciuto, il Tempo dovrebbe essere definito come “l’unità di misura del trascorrere degli eventi”. Credo però che nel mondo occidentale questa definizione abbia perso il suo significato letterale.
Nella maggior parte dei territori africani, a mio parere, esistano più sfaccettature riguardo all’idea di Tempo, il Tempo non è sempre lo stesso. Il Tempo qui esiste appunto solamente nel momento in cui un’azione è in corso d’opera, nel momento in cui qualcosa sta accadendo, solo se gli eventi che mi riguardano trascorrono. Non esiste quindi la fretta, non c’è motivo alcuno per averne. Se non sto compiendo nessuna azione il mio tempo non esiste. Gli orologi vengono ancora percepiti come strumenti superflui, più un vezzo, una moda piuttosto che elementi fondamentali del vivere quotidiano. Il sole sorge per poi tramontare di nuovo, è trascorsa l’ennesima giornata; non c’è bisogno di dividere il suo eterno movimento in frammenti ulteriori.
Qui in Zambia si parla addirittura comunemente di “zambian time” per definire le tempistiche del popolo autoctono. Se vuoi vivere per un periodo prolungato in questa terra, lo zambian time devi farlo divenire parte integrante di te stesso, se non vuoi passare la tua esistenza coi nervi a fior di pelle per gli inevitabili ritardi e le estenuanti attese. You must live your life panono panono.
Non avevo certo motivo di spazientirmi dunque questa mattina, ad esempio. Alle 8 in punto sono seduto sulle panche al di fuori dell’ufficio del Progetto, pronto per l’appuntamento con John: ho in programma di partecipare alle family visit. Intorno alle 10 e un quarto sono sempre seduto, sempre sulla stessa panchina, sempre pronto per partire.
Finalmente montiamo sul nostro brown bus: abbiamo in programma di visitare sei famiglie di altrettanti ragazzi inseriti nella Fase 2 del Progetto Cicetekelo, quella situata all’interno del compound di Nkwazi. La zona in cui ci muoveremo durante l’intera mattinata è invece quella del compound di Kawama.
Bussando alla porta della prima abitazione non riceviamo alcuna risposta, la famiglia è fuori città in visita ad alcuni parenti ci avverte un ragazzo poco distante intento ad innaffiare alcune piantine sull’uscio di casa (sua? O lavora forse per qualcuno?). Una bella X a matita di fianco al nome del ragazzino che vi abita e di nuovo sui comodi sedili del nostro splendido mezzo di trasporto (ci farei il giro dell’intero continente..ogni volta che lo vedo lo spirito del viaggiatore senza meta mi assale!).
Durante la visita alle cinque famiglie successive (durante le quali lo staff del progetto monitora la situazione dell’abitazione, della famiglia nel suo complesso e del ragazzo nello specifico) non posso fare a meno di tuffarmi nel mondo dei bambini: mi manca, non posso farne a meno, è con loro che mi sento completamente a mio agio. Inizialmente, come è normale che sia, saluto tutti i componenti della famiglia presenti in quel momento, entro in casa, mi accomodo, creo un poco di ilarità con quelle quattro (di numero..) parole di bemba che ho imparato, ascolto con attenzione le risposte alle prime due o tre domande di Moses, l’educatore che oggi accompagno, poi inizio a guardarmi intorno curioso. Prima la poltrona su cui sono seduto (presente quattro volte su cinque, solamente in un’abitazione l’intervista si è svolta all’aperto, seduti su sacchetti riempiti con bucce di noccioline..comodissimi), elegante, pomposa, colorata, perfettamente inserita all’interno di quelle stanze; poi le pareti, solo alle volte dipinte (mai a tinta unita e sempre con evidenti segni di usura), abbellite con grandi immagini del Papa, del Signore o di Maria fiancheggiate sempre da enormi calendari inneggianti alle bellezze naturali del paese oppure alla nazionale di calcio e da fotografie sbiadite di uno o due componenti della famiglia; le porte che portano alle altre stanze, mai in asse, spesso sostituite con semplici tendine; la mancanza di un lampadario o anche solo di una lampadina nella stanza; il soffitto di lamiera troppo spesso colmo di fori. Infine, dopo una mezza dozzina di minuti, ecco spuntare l’immancabile sguardo curioso di un bimbo che sbircia dall’uscio.
Durante la prima visita il bimbetto in questione non ha più di 5 anni: appena mi vede corre all’interno della stanza e salta sul divano tra le braccia della nonna al suono di una fragorosa risata. In quel momento dimentico chi sono, con chi sono, dove sono e perché, ed inizio una serie interminabile di scambi di sguardi, linguacce, versi indescrivibili insieme a lui, che ricambia ad un paio di metri di distanza di fronte a me; tra di noi Moses da una parte e la madre dall’altra proseguono la loro seria ed importante intervista insieme alla nonna che lo tiene in braccio. Quando lo stesso Moses mi da una pacca sulla spalla dicendomi che possiamo andare ho gli occhi incrociati, la lingua fuori e le orecchie a sventola: scoppiamo tutti insieme in una gran risata mentre, tra me e me, mi immagino in camicia tra le vie di Milano camminare di fretta verso l’ufficio per non fare tardi al lavoro …
Capita poi di rimanere per l’intera durata dell’intervista con in braccio un cucciolo di tre o quattro anni completamente immobile, con lo sguardo quasi assente fisso su di me, a metà tra il sorpreso e l’intimorito, cercando di suscitare in lui un qualunque accenno di movimento facendogli il solletico, cantando delle canzoni, facendo semplici giochetti con qualsiasi cosa mi capiti sotto mano. Nulla, immobile. Quando giunge l’ora di salutare tutti mi alzo in piedi con lui in braccio, lo faccio scendere con calma e lui rimane li senza fiatare, senza muoversi, continuando a fissarmi fino a che non mettiamo in moto.
Quando la terza famiglia, composta da una coppia di anziane persone indaffarate nello sbucciare noccioline all’ombra di un insaka, ci fa gentilmente accomodare a due passi dall’uscio di casa ecco che, piano piano, una dozzina di bimbi e bimbe delle abitazioni adiacenti si avvicinano curiosi. Sfoggio un saluto in bemba ed ecco subito sciolta l’insicurezza, loro si avvicinano festosi e io, giusto il tempo di salutare gli intervistati, li lascio “in balia di Moses” per andare a divertirmi un poco. La più attiva dell’intero gruppo si chiama Vivian: sembra una principessina con la sua bella gonna bianca orlata di azzurro e una magliettina viola ricamata con decozioni bianche, e mostra immediatamente un atteggiamento da adulta. Mi tiene testa senza timori, continua a fare domande, si mette di tutto punto raccontando che un giorno sarà mia moglie e ad un certo punto raduna tutti noi in cerchio (ormai è lei a gestire la situazione, io non sono altro che uno del gruppetto di amici) e mi chiede di pregare il Padre Nostro in italiano; rimango spiazzato per qualche secondo fino a che non me lo chiede di nuovo. Appena terminato lo ripetiamo in lingua bemba prima di tornare a giocare. Il tempo di una foto e giunge il momento dei saluti, nella speranza un giorno di ritrovarci a giocare, e pregare, tutti insieme.
Infine l’ultima famiglia da intervistare. Ci accomodiamo in “salotto” sulle immancabili poltrone, le presentazioni di rito e poi ecco il mio sguardo incrociarsi con quello di un bimbo nella stanza adiacente. Due linguacce e poi, scusandomi per l’interruzione, saluto tutti per uscire di nuovo in cortile. Non riesco a farne a meno! Anche qui una mezza dozzina di bimbi mi guarda timoroso e incuriosito, nessuno osa avvicinarmi e se tendo una mano scappa al riparo. Mi siede sui gradini dell’ingresso e aspetto, osservandoli. Niente, rimaniamo tutti immobili. In quel momento, da dietro il muro dell’abitazione vicina spunta correndo una bimbetta con lunghe treccine nere: appena mi vede frena la sua corsa di scatto e sobbalza cadendo all’indietro intimorita per lo spavento. Beh, dopo innumerevoli tentativi vani quella stessa bimba è la prima ad avere il coraggio di sfiorarmi un dito della mano. Rotto il ghiaccio è tutto un gioco alla scoperta della mia pelle così diversa, dei miei bracciali, dei peli sulle braccia e sulle gambe, dei dred..eccomi a loro disposizione.
Mi manca il contatto fisico, il gioco, le sensazioni indescrivibili che i bambini sanno regalare.
Vivo questi giorni entusiasta di tutto quello che sto per intraprendere e carico come una molla in vista dell’esperienza straordinaria che mi aspetta per i prossimi anni..ma di sicuro un giorno tornerò a dedicarmi a loro anima e corpo.
Giornate di Zambia ordinario
2 giugno 2011
Le mie giornate zambiane si sono ormai stabilizzate, mai monotone, su di uno standard che prevede come prima cosa il suono della sveglia intorno alle 7, quando il sole è già alto nel cielo ma ancora gradevole, come se anche il suo calore si fosse appena risvegliato dal sonno della notte. Colazione con ottimo cappuccino fai-da-te, biscotti, pane e marmellata; meeting giornaliero a cui partecipo insieme a Davide, Silvia, Federica, John, Peggy, Zyambo e Cristopher (i responsabili zambiani delle varie parti educativa, contabile, agricola ed amministrativa del Progetto) per poi raggiungere i campi di mais in sella ad una Vespa ET3 125 a marce, appena riparata dopo qualche mese di inattività.
E’ una bomba! Davvero un piacere salirci in sella.
A mezzogiorno in punto la sirena annuncia l’inizio dell’ora di pausa pranzo, rientro in casa per rifocillarsi, un buon caffè per rimettersi in sesto e poi di nuovo tra i campi oppure in ufficio impegnati nelle traduzioni dei report dei ragazzi.
Un paio di novità sono però accadute nel corso degli ultimi giorni.
Innanzitutto l’arrivo del prefabbricato per il nostro laboratorio: appena sono venuti ad avvisarci io e Davide ci siamo fiondati a vederlo, felici come bambini, lasciando dietro di noi sacchi e pannocchie di mais senza nemmeno pensarci. Nel giro di due giorni i pilastri laterali, due porte a serranda, una a scorrimento ed il tetto sono stati ultimati dai ragazzi sudafricani venuti per l’occasione; ovviamente non poteva esser tutto rose e fiori ed infatti le due porte a serranda sono difettose. Insieme ai nostri lavoratori e a chi ha incominciato a costruire i muri laterali però cercheremo di sistemarle. Piano piano il nostro progetto prende davvero forma!
In secondo luogo abbiamo provato, invano, ad ottenere la patente di guida zambiana.
Accompagnati da Cristopher ci siamo recati nel luogo predisposto ed abbiamo subito intuito che non sarebbe stato così semplice: veniamo sballottati da un ufficio all’altro, ci viene comunicato che mancano alcuni documenti, prima sembra che sia sufficiente un test pratico di guida, poi nemmeno quello ed infine addirittura quello teorico (del quale chiedono a me e Davide di pagare e andare a fare le fotocopie delle domande..), fino alla richiesta di una gran somma di denaro in contanti sottobanco per avere un timbro obbligatorio. A queste condizioni non ci sta bene e ce ne andiamo con un nulla di fatto. Vedremo.
Alle 17 termina la giornata lavorativa e ormai ho ripreso la sana abitudine di andare a farmi una bella corsetta rilassante praticamente ogni sera. Ho trovato in Steven, uno dei ragazzi del Progetto, un ottimo compagno anche se, ragazzi, quanto corre! Dopo aver chiesto il permesso all’educatore di turno imbocchiamo l’adorata Minsundu Road scendendo verso la città tra pareti di fiori gialli che ormai incominciano a scomparire a causa dell’arrivo della stagione secca, fiumi di gente di ritorno verso casa, pochissime automobili, aria fresca e pulita, tramonti da favola, oppure salendo fino al termine della strada asfaltata, in direzione del Congo, attraversando il posto di blocco della polizia (camminando..) e passando di fronte alla fattoria Ukubalula nella quale lavoravo due anni fa.
Se invece mi ritrovo a correre da solo percorro una parte del perimetro del Progetto in cui vivo, nei campi, avendo intorno a me solamente distese verdi a perdita d’occhio.
Che meraviglia…ogni sera mi sembra di rinascere!
Cena e un poco di relax in “casa grande” per poi avviarmi verso la stanza, accompagnato lungo il sentiero da decine di ranocchie e grilli divertiti e spaventati al mio passaggio e protetto da un cielo stellato che da solo vale le fatiche di una splendida giornata di lavoro africano.
Le mie giornate zambiane si sono ormai stabilizzate, mai monotone, su di uno standard che prevede come prima cosa il suono della sveglia intorno alle 7, quando il sole è già alto nel cielo ma ancora gradevole, come se anche il suo calore si fosse appena risvegliato dal sonno della notte. Colazione con ottimo cappuccino fai-da-te, biscotti, pane e marmellata; meeting giornaliero a cui partecipo insieme a Davide, Silvia, Federica, John, Peggy, Zyambo e Cristopher (i responsabili zambiani delle varie parti educativa, contabile, agricola ed amministrativa del Progetto) per poi raggiungere i campi di mais in sella ad una Vespa ET3 125 a marce, appena riparata dopo qualche mese di inattività.
E’ una bomba! Davvero un piacere salirci in sella.
A mezzogiorno in punto la sirena annuncia l’inizio dell’ora di pausa pranzo, rientro in casa per rifocillarsi, un buon caffè per rimettersi in sesto e poi di nuovo tra i campi oppure in ufficio impegnati nelle traduzioni dei report dei ragazzi.
Un paio di novità sono però accadute nel corso degli ultimi giorni.
Innanzitutto l’arrivo del prefabbricato per il nostro laboratorio: appena sono venuti ad avvisarci io e Davide ci siamo fiondati a vederlo, felici come bambini, lasciando dietro di noi sacchi e pannocchie di mais senza nemmeno pensarci. Nel giro di due giorni i pilastri laterali, due porte a serranda, una a scorrimento ed il tetto sono stati ultimati dai ragazzi sudafricani venuti per l’occasione; ovviamente non poteva esser tutto rose e fiori ed infatti le due porte a serranda sono difettose. Insieme ai nostri lavoratori e a chi ha incominciato a costruire i muri laterali però cercheremo di sistemarle. Piano piano il nostro progetto prende davvero forma!
In secondo luogo abbiamo provato, invano, ad ottenere la patente di guida zambiana.
Accompagnati da Cristopher ci siamo recati nel luogo predisposto ed abbiamo subito intuito che non sarebbe stato così semplice: veniamo sballottati da un ufficio all’altro, ci viene comunicato che mancano alcuni documenti, prima sembra che sia sufficiente un test pratico di guida, poi nemmeno quello ed infine addirittura quello teorico (del quale chiedono a me e Davide di pagare e andare a fare le fotocopie delle domande..), fino alla richiesta di una gran somma di denaro in contanti sottobanco per avere un timbro obbligatorio. A queste condizioni non ci sta bene e ce ne andiamo con un nulla di fatto. Vedremo.
Alle 17 termina la giornata lavorativa e ormai ho ripreso la sana abitudine di andare a farmi una bella corsetta rilassante praticamente ogni sera. Ho trovato in Steven, uno dei ragazzi del Progetto, un ottimo compagno anche se, ragazzi, quanto corre! Dopo aver chiesto il permesso all’educatore di turno imbocchiamo l’adorata Minsundu Road scendendo verso la città tra pareti di fiori gialli che ormai incominciano a scomparire a causa dell’arrivo della stagione secca, fiumi di gente di ritorno verso casa, pochissime automobili, aria fresca e pulita, tramonti da favola, oppure salendo fino al termine della strada asfaltata, in direzione del Congo, attraversando il posto di blocco della polizia (camminando..) e passando di fronte alla fattoria Ukubalula nella quale lavoravo due anni fa.
Se invece mi ritrovo a correre da solo percorro una parte del perimetro del Progetto in cui vivo, nei campi, avendo intorno a me solamente distese verdi a perdita d’occhio.
Che meraviglia…ogni sera mi sembra di rinascere!
Cena e un poco di relax in “casa grande” per poi avviarmi verso la stanza, accompagnato lungo il sentiero da decine di ranocchie e grilli divertiti e spaventati al mio passaggio e protetto da un cielo stellato che da solo vale le fatiche di una splendida giornata di lavoro africano.
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